Di imminente
pubblicazione
Francesco
Bindella
LA QUESTIONE BIBLICA DI UNA
«FONDAZIONE GIOVANNEA»
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UN POCO “OLTRE” NELLA CHIESA
Collectio «Praesidium Assisiense» N. 5; pp. 335.
Anteprima
Di imminente
pubblicazione, l’opera propone un ampio itinerario di ‘rivisitazione
ermeneutica’ della questione giovannea
sul testo biblico. Non certo nuova nel pensiero e nelle attese della cristianità
occidentale, la questione di una Fondazione
giovannea è qui affrontata dal punto di vista della sua fondamentazione biblica, nella verifica
rigorosa delle sue condizioni di possibilità e delle sue potenziali forme di
vitalità nella Ecclesia e nella
cultura contemporanea.
Benché limitatamente relativa alla prima parte dell’Opera,
la presente Introduzione sintetica è stata concepita per offrire le ragioni e
il senso dell’intero suo progetto.
1. La
consegna delle chiavi di Pietro
L’opera assume
come punto di partenza l’immagine centrale dell’affresco michelangiolesco del
Giudizio Universale che raffigura Pietro nell’atto di consegnare le chiavi al
Cristo della parusia, a significare la rimessa del mandato di pontificato
a compimento del ciclo storico e temporale della Chiesa.
Con lo sguardo
fisso sul Cristo, il gesto petrino di rimessa delle chiavi appare diretto,
passando sul capo dell’apostolo Giovanni, raffigurato in posizione sottostante.
E’ traendo
spunto da questa immagine che si pone l’interrogativo iniziale e programmatico:
si potrà dire che il gesto di Pietro, compiuto nella forma diretta ed esclusiva
con cui è rappresentato, trovi conferma
biblica? Sarà confermata, in tale
circostanza, una forma di presenza di Giovanni secondaria e quasi irrilevante?
Effettivamente,
il confronto biblico – nel caso, la finale del Vangelo dello stesso Giovanni -
sembra offrire un contributo ulteriore al riguardo, attestando sì la presenza
di Giovanni accanto a Pietro in una forma, tuttavia, ben più significativa di
quella supposta dalla scena michelangiolesca.
Secondo la narrazione del cap. 21, a chiamare in causa Giovanni
è lo stesso Pietro subito dopo la conferma solenne del suo ‘pontificato’ (Gv
21,15-17). Ciò nonostante, per una indefinita forma di attrazione, egli si
volge indietro ad osservare il «discepolo che li seguiva, quello stesso che
Gesù amava» (v. 20), manifestando interesse per il suo destino, tanto da osare
la domanda diretta: «Signore, di questo che ne sarà?». La domanda ottiene una
risposta, o piuttosto una ‘replica’, dura e immediata:
«Se io voglio che lui resti mentre io vengo,
a
te che importa? Tu seguimi!» (Gv 21,21-22).
Tradizionalmente
riconosciuti difficili all’interpretazione, i termini della ‘replica’ lasciano
comunque trasparire con sufficiente chiarezza l’allusione a quello che si
potrebbe dire un progetto giovanneo,
un ruolo giovanneo, enunciato in
rapporto alla parusia o secondo
avvento di Cristo.
Al tempo
stesso in cui è solennemente confermato il progetto
petrino: «Pasci le mie pecore…» (v.16),
a Pietro viene enunciato un altro
progetto da lui non previsto e del quale - indirettamente si deduce – egli non sarà messo a parte, nel richiamo al
limite e alla sufficienza dalla sua sequela
Christi: «A te che importa? Tu seguimi!».
Ancora, da
tali termini, sembra potersi percepire una forma
indefinita di successività, di ulteriorità di questo progetto giovanneo rispetto al progetto petrino, nella decisa
proiezione del primo in una prospettiva escatologica
connaturalmente relativa al venire (érchomai) di Cristo, di richiamo alla
categoria del Regno il cui kérigma, tipicamente cristologico, ha
attraversato e dominato tutto l’arco dei Vangeli.
Nei termini
del rapporto tra Regno e Chiesa, tradizionalmente fissati nella formula «già e
non ancora», la profezia del restare
di Giovanni in associazione al venire
di Cristo, sembra decisamente orientata in direzione del Regno, a superamento e
compimento del «non ancora» del tempo della Chiesa.
2. L’imposizione di nome nuovo, profezia e investitura
di fondazione
Questo aspetto
di ulteriorità del progetto
giovanneo, lasciato intendere per la fine
(«mentre io vengo»), può offrire un richiamo suggestivo a quel «poco oltre» con
cui i sinottici avevano situato, agli
inizi, la chiamata di Giovanni associato al fratello Giacomo: è «andando un poco oltre» che Gesù chiama i due
fratelli, dopo la chiamata di Pietro (Mc
1,18-19 e Mt 4,21). Ed è proprio in tale contesto - il contesto della chiamata - che affiora un elemento di
particolare interesse in rapporto alla questione ermeneutica sollevata, ossia, il mutamento di nome e il suo valore
significativo in ambito biblico.
La questione è
già stata trattata in altro contributo (> I° vol. della Collectio, La
Rivelazione del Nome divino sul roveto) e potrà essere
qui riformulata nel modo più semplice nell’enunciato secondo cui il mutamento di nome, ovvero l’imposizione di un nome nuovo ad un eletto
da parte di Dio in ambito biblico, è un evento profetico significativo di una
investitura di fondazione.
Come, agli
inizi del VT, i tre patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe sono costituiti fondatori dell’Antica Alleanza sulla
base significativa dell’imposizione di un
nome nuovo (alla nascita per Isacco), così, in forma analoga, il NT
presenta, agli inizi, una triade di
apostoli: Simone, Giacomo e Giovanni ai quali Gesù impone un nome nuovo. Al mutamento di nome di Simone in Pietro,
segue – con il medesimo il verbo (epitithemi)
e la medesima la forma verbale (epetheken)
- il mutamento di nome di Giovanni e Giacomo in Boanērgés: «Figli del tuono».
Che il mutamento di nome di Simone
in Pietro possa essere riguardato a
posteriori come evento profetico significativo
di una investitura di fondazione, questo trova indubbia conferma negli
oltre venti secoli di storia della fondazione
Ecclesia
Un senso di
incertezza maggiore potrà invece accompagnare la domanda da porsi quanto ai
fratelli Giovanni e Giacomo, «Figli del tuono». Davvero, quanto ad essi, potrà
sostenersi lo stesso argomento della profezia
e investitura di fondazione annesso all’imposizione del nome nuovo? E
ancora: conosce la storia una fondazione
posta sui due fratelli nel ruolo profetico di fondatori?
3. La fondazione su Giacomo
Una risposta
parziale potrà venire in tal caso dall’apostolo Giacomo, una risposta di conferma, al tempo stesso in cui è da
riconoscersi una tipologia ben differenziata rispetto alla fondazione petrina.
Trattasi di
una fondazione di gran lunga postuma rispetto
alla persona del suo fondatore, che prende avvio a circa otto secoli dalla sua
morte.
Il primo lume
della fondazione jacobea si accenderà
infatti nell’anno 820 nelle terre dell’’estremo occidente’ (la penisola
iberica) al seguito dell’invenzione del suo tumulo, segnalato – vuole la
tradizione – da una stella.
Di qui la
denominazione Campus Stellae e la
successiva Santiago (Giacomo) de
Compostela a designare quel centro ecumenico dell’occidente cristiano che,
con la sua incalzante crescita, non solo divenne il terzo grande riferimento
della cristianità dopo Roma e Gerusalemme, ma addirittura «superò Roma» - come
fu scritto - come centro di richiamo ecumenico e nella più frequente scansione
dei suoi anni giubilari.
Abbiamo dunque
conferma che, dopo Pietro, anche Giacomo, fratello di Giovanni, può essere
riconosciuto al pieno titolo di fondatore,
con una fondazione che - a oltre un millennio dalla sua nascita - continua a
perpetuarsi nella storia con rinnovata vitalità, dando così conferma storica all’argomento biblico
della fondazione sulla base
significativa e profetica del mutamento
di nome.
4. Una fondazione su Giovanni?
La questione
si ripropone a tal punto con Giovanni, valendo anche per lui la medesima
domanda: conosce forse la storia una fondazione
posta sul suo ‘nome’, una fondazione storicamente
visibile e riconoscibile e tale da potersi degnamente affiancare alla fondazione petrina e alla fondazione jacobea?
La risposta
non presenta difficoltà o incertezze essendo evidentemente negativa. E non meno
immediate e gravi possono apparire le conseguenze, ossia, la ‘messa in crisi’ radicale
dell’argomento sul valore di fondazione
annesso al mutamento di nome. Valido per la ‘triade di fondazione’
dell’Antica alleanza: Abramo, Isacco e Giacobbe; valido per Simone nel nuovo nome
Pietro e per il fratello Giacomo nel nuovo nome Boanērgés, l’argomento sembra cedere con Giovanni che
pur condivide con il fratello maggiore il medesimo nome nuovo.
Se da un lato
è da riconoscere - al momento attuale - lo stato
critico della questione, d’altro lato è da osservare che la questione di
una fondazione giovannea, nelle sue
eventuali e remote condizioni di possibilità, presenterebbe una nota di
singolare atipicità che non la allineerebbe, per questo, al carattere comune di
‘visibilità storica’ delle precedenti fondazioni.
Si tratta infatti della sua
chiara collocazione in diretto rapporto con la parusia o secondo avvento del
Cristo. La profezia di Gv 21,22 enuncia infatti un restare (meno) di
Giovanni in rapporto al venire (erchomai) di Cristo («Se voglio che lui
resti mentre io vengo, a te che importa?»).
Assumendo
dunque come referenziale questa stessa profezia cristologica, la forma di
presenza e di permanenza di Giovanni in essa
significata troverebbe il suo punto di innesto non già nell’arco storico
e temporale della Ecclesia, bensì in quella che potrà dirsi un’ora storica di raggiunta maturità per la Ecclesia e di avvio al
suo compimento ovvero al suo «porto escatologico» (Paolo VI).
Se questo il
punto di inserimento, allora potrà trovarsi ragione del fatto che in tutto
l’arco storico temporale della Ecclesia trascorso non si sia trovata traccia di
un progetto giovanneo e di una
conseguente fondazione.
Non si è
trovata traccia semplicemente perché non risulta essere questo il tempo e il
luogo dell’appuntamento della fondazione
giovannea con la storia, appuntamento posto non ‘in itinere’ bensì al compimento.
Se dunque,
anche con Giovanni, l’argomento del valore
di fondazione annesso al mutamento di nome non si può dire risulti
compromesso, d’altro lato è da ammettere che la fondazione giovannea, alle condizioni attuali, può solo essere
attestata ed enunciata come profezia
una volta riconosciuta la sua fondamentazione biblica, una profezia che i
‘segni dei tempi’ sembrano tutt’altro che sfavorire o allontanare, nel riconoscimento
della sua progettualità e provvidenzialità nel piano della historia salutis.